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"Manatthan Club"
Flavio Favelli unplugged con Ilaria Bonacossa
La poetica di Flavio Favelli si sviluppa come un viaggio nella memoria attraverso l'accumulo di oggetti, che l'artista ha rielaborato, trasformandoli completamente. Manatthan Club è la ricostruzione (non filologica ma emotiva) per immagini di un passato personale, che si può intendere anche come volontà di rievocare una storia recente, quella dell'Italia degli anni '60 e '70. Questa mostra, curata da Art At Work, racconta la storia dei consumi; metafora delle trasformazioni socio-culturali italiane.
IB: Nel tuo lavoro sei sempre partito da oggetti, mobili, tappeti, per trasformarli appropriandotene; in questo caso mi sembra che tu faccia qualcosa di diverso rendendoli, non solo evocativi di una narrazione personale, ma più monumentali e scultorei, lo spazio centrale della galleria è un'installazione completa?
FF: sì è un'immagine presa a prestito da qualche sogno miscelato con ricordi che mi sono sempre portato dietro. Alla fine ricerco sempre un luogo ideale in cui passare del tempo; è come se mi appropriassi della galleria. Creo un grande viaggio mentale, di immagini che valgono per me. Ho cambiato tutta la luce, ho sempre amato i neon ne ho visti tanti da bambino nei tribunali, negli uffici, bianchi e avorio, ma anche colorati nei cinema; a Roma c'è ancora l'enorme neon colorato del Martini.
IB: La mostra prende spunto da loghi, insegne tipiche dell'Italia dei primi anni '70, strutturandosi come una sorta di rielaborazione archeologica dei consumi o piuttosto dei desideri della società italiana. Si può dire che c'è una vena nostalgica?
FF: Ho visto un edificio dai colori improbabili in Sicilia, con quella scritta bizzarra che ha innescato in me così tanti ricordi che ho dovuto creare questa serie di opere. È come se un flash dagli anni settanta e ottanta (da Sandokan -lo sceneggiato del 1976- fino a Maradona) si illuminasse. Tutto parte dalla storia della mia famiglia: è una storia piena di tensioni e fallimenti, mi ricordo bene il 6 gennaio 1976 -avevo 8 anni- con i fratellastri di mio padre e mia madre tutti davanti al televisore a vedere Sandokan. Se devo scegliere una musica che mi crea ancora oggi dei sussulti emotivi questa è la sigla di Sandokan e poi c'erano i quaderni a scuola con le foto del film e le figurine Panini e in mezzo c'ero io. Sandokan oltre a rappresentare la lotta del bene contro il male, la libertà contro l'oppressione è soprattutto l'eroe che non c'è più, segno di un mondo scomparso. Sì ho nostalgia, vorrei due tempi come fino al 1979 erano i due canali della Rai, uno che andava avanti e l'altro che faceva sempre gli stessi programmi.
IB: Ho sempre percepito nel tuo lavoro una dose di "rimosso", in cui i lavori, volutamente suggeriscono qualcosa lasciando al pubblico una grande libertà interpretativa. In Manatthan Club ti avventuri per la prima volta nel mondo della pornografia, come mai?
FF: Il Royal Rouge Doppia Luce Rossa era un cinema per adulti a Bologna in via Rizzoli, dove ora c'è il negozio Nike. Vicino all'Ambasciatori e non lontano dal Contavalli, i cinema a luci rosse in centro erano numerosi, ma mentre questi ultimi due erano in strade secondarie, il Royal era nel cuore di Bologna di fianco alle Due Torri e di fronte a Beltrami il negozio di lusso con le vetrine spaccate dalla contestazione. Sto parlando della fine anni '70 e dei primi anni '80. Un'amica di mia madre, Serena, si era comprata appena l'auto Scirocco ... al Royal le locandine erano verdi con le scritte rosse, mi sembravano quasi fatte col ciclostile, erano un po' sbavate, avevo 7-8 anni e mia madre accelerava sempre il passo quando passavamo davanti al Royal Rouge il cinema a doppia luce rossa. Ho raccolto più di un migliaio di questi manifesti di film per adultidi quegli anni. I colori, le grafiche, i titoli: Supervietato, Superporno, Ecstasy, Hard, XXX, è tutto Super come Sandokan e Maradona e Porno, dappertutto Porno. E poi c'è sempre l'America di mezzo, le stelline bianche e rosse; su un Sex Talent Boy c'è la foto di Times Square con la Coca Cola. E poi le stelline nere della censura. La scritta Sandokan ripetuta nella sigla e in questi manifesti -Super Penetration Love, Carnal Play- sono dei nomi fantastici, desueti ma magici. Era un mondo nuovo che incendiava un mondo vecchio. E poi Incandescente Moana! Questa è poesia, roba da Amor Cortese! É quel mondo pieno di neon e luci, i titoli sono degli arabeschi con un'intera, semplice ma efficace letteratura. Il Porno è eterno ed onnipresente.
IB: Scegliere immagini porno, si lega anche all'attuale cronaca politica, o invece anche Moana Pozzi (un'icona italiana) diventa un segno di un tempo passato in cui anche le porno star erano un patrimonio sociale condiviso?
FF: Il motivo di questa scelta sta esclusivamente nel fatto che ho trovato questi manifesti. Nei miei desideri non c'è mai stato l'intento di legare un'opera al tempo in cui vivo. I francobolli con l'Italia turrita, i neon, il porno, la mia casa, l'Italia e Sandokan sono eterni per me. Tutte queste cose per me hanno sempre avuto la forza di una fuga dalla situazione che stavo vivendo, senza l'oppressione della mia famiglia non avrei fatto nessuna opera d'arte. Le mille luci porno di New York e la pubblicità del Martini erano questo, erano l'occasione per una fuga in un altro mondo possibile, affascinante e soprattutto finto, quello vero era troppo brutto.
IB: Alcuni tuoi lavori recenti, penso ai collage di francobolli e di figurine, sono di indiscussa derivazione boettiana, riconosci questa matrice?
FF: Quando il direttore del MACRO a Roma mi ha chiesto un'immagine per l'atrio del Museo, ho scelto una cartolina che avevo spedito l'8 maggio 1977 a mio padre che stava nell'Ospedale Psichiatrico Giudiziaro di Castiglione delle Stiviere. Nella cartolina c'era l'immagine dell'imperatrice Teodora e fra i francobolli quello da 50 lire verdino della serie turrita-siracusana; dovevo scrivere spesso a mio padre cartoline e lettere e c'erano sempre quei francobolli colorati piccoli che per trent'anni sono stati i nostri francobolli. Fare collage con quei francobolli è rimettere insieme le cose, ma anche i colori. Mio nonno aveva una grande collezione di francobolli, mia madre ha sempre detto che ha rifatto la casa venuta giù con le bombe vendendo le colonie inglesi. Mettevamo sempre in ordine i francobolli per emissione e valore, ora preferisco farlo per colore come per le figurine. Mio nonno collezionava perché così l'universo aveva delle regole, il cosmo era retto da infiniti pilastri e uno di questi era la sua collezione, e tutto andava ordinato seguendo il catalogo generale.
IB: Senti sempre il bisogno di appropriarti fisicamente delle cose quasi in un processo catartico?
FF: Può darsi ma alla fine mi sa che non cerco nessuna liberazione. Non mi voglio liberare da queste immagini e da questi ricordi e poi sono la mia occupazione, ogni giorno penso, scrivo, disegno, lavoro in questo mio mondo, lasciarlo, chiudere i conti per me è inimmaginabile.
IB: Quanto personali sono i risultati delle tue ricerche?
FF: É come parlare del proprio viaggio e raccontare le storie dei compagni vivi e morti. Penso che la mia vita e il mio lavoro siano solo personali. Qualcuno diceva stiamo sì su un pavimento ma in particolare su una sola piastrella.
IB: Infatti i tuoi lavori come anche i collage richiedono un lavoro certosino, certo in parte meccanico ma molto personale di composizione e montaggio in cui il tempo si dilata e diventa intimo.
FF: Amo la ripetizione, la continua riproposizione di un'immagine, o di un oggetto; "A volte ritornano" certe situazioni, certi oggetti non mi lasciano mai. Solo con quindicimila francobolli messi assieme puoi percepire una sfumatura di colore in un certo modo. Così come ripetere la scritta Sandokan è il tentativo di dire che quel Sandokan è il mio mondo e c'è solo quello. Se vai a Palermo e se chiedi di Sandokan ti indicheranno un tizio che ogni tanto davanti alle gelaterie o ai ristoranti canta Sandokan senza ricordarsi le parole con una spada di plastica in mano, è una Sibilla.
IB: Parliamo di Sandokan, nome che evoca in noi bambini degli anni '70 un mondo orientale esotico e carico d'avventura, cosa rappresenta per te oggi?
FF: C'è un collage fatto con le carte di cioccolatini che fa da sfondo alla scritta Sandokan: tutto brilla come le sete malesi (devono essere così anche se non le ho mai viste). Sandokan è un piccolo mito come Maradona e Moana Pozzi. Se oggi chiamano un boss della camorra Sandokan il mito è ancora vivo. Per me Sandokan è la mia origine. I principini liberati dalla Tigre della Malesia hanno paura ma Sandokan dice: "da Brook vi ho liberato io, dalla paura dovete liberarvi da soli".
IB: Anche le mappe del mondo e New York, evocano universi lontani attraverso una prospettiva italiana. Credo che questa sia la peculiarità di questa mostra riuscire con un linguaggio internazionale a raccontare una storia italiana, in un momento in cui il paese si trova sull'orlo di una crisi inimmaginabile un decennio fa.
FF: La spontaneità creativa e artistica del mondo che ho dentro e che mi attrae (Manatthan club è un club su una delle strade più devastate del paese fra Licata e Gela) sta nel degrado, i neon sono sempre pieni di fili e trasformatori rumorosi, Sandokan è un eroe di cartone, il duello con la tigre è finto, i manifesti porno sono stampati male e le tende viola sono bellissime perché sono sbiadite. Siamo mai usciti dalla crisi? La storia italiana è la storia del mondo, il posto che amo di più è la Sicila, non ci abiterei mai, ma ci vado e tutto è così bello. Un posto dove non si può vivere ma solo desiderare, è l'Eden. Manatthan Club (scritto volutamente male) è un stanzone-magazzino dove ho portato tante cose per tentare di ricostruire quello che non voglio perdere, come una tomba egiziana, tutto deve essere ordinato e a posto, le luci devono funzionare e le tende essere senza polvere. Ci sono anche quattro cassoni di ferro dipinti che in origine erano degli aereatori di riscaldamento, forse riscaldano ancora...