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“MICHAL HELFMAN”
16 aprile – 20 maggio

Per accogliere la mostra, lo spazio espositivo di Cardi Black Box è stato completamente trasformato da Michal Helfman che ne ha mutato profondamente l’architettura interna: giochi di volumi, di luci e di specchi generano visioni e alterazioni delle quali il visitatore diviene inconsapevole protagonista. Circondato, lo spettatore si trasforma in voyeur: condivide il desiderio, il disordine e la caleidoscopica illusione espressi dai video e dalle monumentali e composite installazioni dell’artista israeliana.

Nella sua nuova opera, The Lesson, concepita specificatamente per questa mostra e prodotta da Cardi Black Box, Michal Helfman presenta un ambiente spettacolare e al tempo stesso destabilizzante: l’omonimo video capovolge uno studio di danza classica, trasformandolo in un curioso night club. Ruotata di 90 gradi, la sbarra diviene un palo da pole dancing, mentre il movimento rigoroso e elegante della ballerina classica si trasforma nel moto aggressivo e sensuale di una spogliarellista. Il sipario si chiude e la scena si sposta in mezzo all’oceano con l’esplosione di una piattaforma petrolifera tratta da immagini di cronaca. Con questo contrasto, The Lesson richiama metaforicamente universo femminile e sguardo predominante maschile, mettendo in evidenza il rapporto tra uomo e donna attraverso l’analisi di stereotipi sociali e di ruolo. 
L’opera riprende il tema dal video in una composita installazione partecipativa: il visitatore si ritrova in una stanza con un palo verticale e un soffitto di specchi. Uno studio di danza classica, ruotato di 90 gradi, integra il video. Fuori della stanza, nella galleria al pian terreno, alcune sculture ed elementi scultorei completano la scena, come una ballerina ispirata alla famosa adolescente di Degas, ma con un’alta carica sensuale dovuta alle sue forme e abbigliamento femminili. La conflittualità tra tecnologia industriale e sensualità emotiva, artificialità e iperrealtà, architettura e decorazione sono i concetti chiave alla radice della sua analisi artistica: anche gli oggetti e le figure appaiono in liquefazione, in stato di transizione, come se volessero trasformare la loro essenza e, di conseguenza, il nostro modo di guardare ciò che ci circonda.

Lo spazio condiviso, in Just be good to me, la video installazione al piano superiore, si fonde con quello privato e personale dell’artista, per sottolineare l’ambiguità su cui poggiano le nostre certezze. Con un titolo mutuato da una famosa canzone degli anni Ottanta, il lavoro suggerisce una narrativa ambigua, che rimane misteriosa. Il video, un’animazione composta da una sequenza di fermo immagine caratterizzati da un’originale prospettiva naturalistica, racconta il rapporto tra uomo e ambiente, tra natura e cultura. La scena di carattere quotidiano di una madre con un bimbo rivela però subito la propria artificiosità: si tratta di un piccolo set in un angolo remoto di deserto. L’apparato di sovrastrutture dell’uomo, la cultura specchiata nell’imponenza della natura, rivelano allora la propria fragilità. Il deserto, spazio vuoto e immutabile incorniciato da una quinta di rocce, è il luogo ove la madre s’incammina col figlio tra le braccia, e dove l’assenza di una figura maschile, il padre, diviene subito apparente. Lo spettatore assiste al placido calar della sera, finch é una folla di lune piene sembra emergere, gonfiandosi, dal cielo, distruggendo con ridondanza e inspiegabilità la volta celeste. Come la madre e il figlio sono inghiottiti dal paesaggio desertico, è ora lo spazio naturale a piegarsi alla dimensione decorativa e kitsch di queste lune reminescenti palle stroboscopiche da discoteca. La forma circolare si ripete nel tavolo e nelle sedie che completano l’installazione, oggetti privati della propria primigenia funzione oggettuale che sono trasformati in presenza simboliche.

Il soggetto dell’opera di Michal Helfman, che fa convergere temi e simbologie della storia dell’arte, elementi autobiografici e l’immaginario psichedelico dei locali notturni, riflette sull’interazione tra lo spettatore e lo spazio fisico, e sull’influenza che l’architettura del nostro vissuto opera sullo sguardo e sulla percezione, in un gioco di inversioni e capovolgimenti non soltanto di ruoli ma di modi di percepire e di interpretare il mondo che ci circonda. L’artista trasforma un’immagine in icona, in simbolo del dualismo che esiste tra natura/cultura, apparenza/realtà, singolo/collettività. Tra illusione, finzione e realtà, ancora una volta Helfman immerge lo spettatore nel complesso gioco di relazioni tra uomo e contesto, spazio e azione.

a cura di Sarah Cosulich Canarutto

 
 
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