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Ilaria Bonacossa intervsta Alessandro Sciaraffa:

la tua arte usa la luce, la musica, l'acqua, il calore. Vive insomma
in una realtà complessa e articolata in cui la vista è solo uno dei
sensi con cui si percepisce l'opera, hai sempre operato in questo modo?

Mi sono laureato al Politecnico di Torino alla Facoltà  di architetture, ho vinto una borsa di studio per perfezionamento in design exhibition alla Domus Accademy di Milano. Ho frequentato in Germania la C Foundation for Music a Kurten, Colonia, vincendo un premio con Luca Congedo e Fabrizio Rosso, con loro ho Fondato un gruppo di sperimentazioni musicali chiamato WHYOFF. Esperienza importante è stata alla Fondazione Spinola-Banna dove o frequentato diversi seminari e workshop, sono stato selezionato da a.titolo per Proposte XXIII all'€™ Accademia Albertina di Torino.

Citi elementi vitali all’uomo, necessità. Concepisco le mie opere come organismi. Fin da bimbo ho vissuto una realtà in contrasto tra natura e l’urbano. Dagli alberi ho imparto che senza luce, calore, acqua, aria e terra non si può vivere. Dalla città lo stesso, con la differenza che l’uomo non sempre ascolta quello che sente. La predominanza dalla facoltà visiva porta ad una dipendenza dall’immagine oggettiva, quindi alla rappresentazione del reale prescindendo da qualsiasi altro dato dell’esperienza. Nel suono il significato sta tutto rinchiuso nel suo contenuto sensibile, non è separabile dal suo risuonare, che non può essere tradotto in nient’altro di udibile. Una parola suona, cioè  “significa”, una nota risuona, cioè “è”; il significato della nota è se stessa.


2. Quali sono i tuoi riferimenti artistici? Opere o artisti la cui
influenza sul tuo lavoro sia imprescindibile?

2. Tutto quello che vedo, sento e mi raccontano.

3. Guardando i tuoi lavori nel loro complesso si percepisce come tu perda
in qualche modo il controllo dei lavori a cui dai vita e che questi
assumano una loro indipendenza creativa. Che peso ha il 'caso' nello
strutturarsi dei tuoi lavori?

3. Mi interessa il “caso” per la sua capacità di dar forma all’ignoto nella sua accezione deterministica.

4. Spesso le tue opere citano la filosofia classico o orientale, quali
sono i tuoi riferimenti?

4. Mi riferisco a tutto ciò in cui vengo a contatto. In particolare in questo progetto mi interessava sovrapporre due rette di pensiero che se intersecate combinano una coincidenza.
Le coincidenze sono accenti, generano punti o toni che ci permettono di calcolare le distanze mettendo a fuoco le differenze presenti nell’armonia della forma.
Nei punti di contatto tutto convive: l’arte, la scienza, la filosofia, la musica…


5. Che rapporto c'è tra il tuo lavoro e la società mediatica che ci
circonda? In che modo le tecnologie di cui ti servi mutano nelle tue
mani le loro funzioni?

5. Il cuore del mio lavoro è la riflessione sui limiti dell’immagine come rappresentazione del reale.
La salvezza dalla tautologia di oggetti e media sta nel darne altra vita così che ci possano apparire diversi.

Quando crei i tuoi lavori, immagini un pubblico particolare? In che
contesto vivono le tue opere in cui la partecipazione del pubblico e il
suo coinvolgimento è così importante, quando finiscono le mostre?

Mi auguro che sia il più curioso possibile. In alcuni casi può scegliere d’essere attore o semplicemente spettatore. Credo che spingere il pubblico ad un’azione possa contribuire ad una condivisione o appartenenza all’idea, atta a muovere il processo creativo.

I progetti più grossi sono rivolti a musei o fondazioni che possono offrire i luoghi adatti, permettono inoltre all’opera di essere fruita da un pubblico sempre  più vasto ed eterogeneo.
Il collezionista può commissionare un progetto adatto alle sue esigenze. Questo aspetto del lavoro lo trovo, particolarmente delicato perchè permette un confronto personale. Installare un’opera in una casa o in uno spazio pubblico è molto diverso, la casa è uno spazio privato, intimo, a bisogno di una maggiore relazione.

Attraverso i lavori si viaggia in mondi paralleli, carichi di
suggestioni, il tema del viaggio e del rapporto con la realtà, ti
sembrano determinanti per la comprensione del tuo lavoro?

Il tecnocrate dell’arte comprende. Perché vive l’Arte nel viaggio del suo quotidiano.
Capita che l’opera d’arte debba essere spiegata da testi o guide per essere compresa dal pubblico che si affaccia al primo sguardo. Quando però coinvolto a completare, trasformare l’opera, il fruitore si pone su un altro livello, non ha più bisogno di capirla. La vive, ne ha un’esperienza, si lega ad essa.
La mia paternità in questi casi si traduce nel dare il LA ad un processo perpetuo.


Progetti non realizzati, o sogni di opere ancora nel cassetto?
Non amo parlare di cose che non ho ancora fatto, sono scaramantico.

 
 
 
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