Shirana Shahbazi

In un mondo bombardato da icone pubblicitarie e popolato da immagini che raccontano le acrobazie di photoshop meglio di quanto manifestino la realtà, le fotografie di Shirana Shahbazi insegnano a rileggere ciò che ci circonda attraverso imprevedibili punti di vista.
Seducenti e composite nature morte, ritratti, panoramiche topografiche o universali rappresentazioni del paesaggio, l’artista costruisce delle immagini in grado di trasformarsi in simboli. Shahbazi decontestualizza soggetti comuni sia alla storia dell’arte che al nostro quotidiano e li trasforma in figure accattivanti, stereotipate e tuttavia fortemente ambigue.
Le sue immagini alludono ai tanti strati e possibili interpretazioni che derivano dal modo in cui osserviamo le cose mentre, al tempo stesso, rivelano le implicazioni e i significati della fotografia nella nostra società.

Come una regista teatrale, l’artista compone semplici quanto efficaci scenografie in cui i soggetti “agiscono” relazionandosi inaspettatamente tra loro o con l’occhio complice di ogni spettatore.
È attraverso la tecnica analogica tradizionale che l’artista cattura le sue immagini: non c’è manipolazione a posteriori delle fotografie ma una considerazione sulla complessità della rappresentazione attraverso l’elaborazione a priori di un’idea. Che si tratti di oggetti assemblati in studio in scenografie composite o si tratti di persone, paesaggi e monocromi, tutte le fotografie dell’artista rappresentano la quintessenza del ritratto. Esse sono sia immagine che immaginazione, realtà e volontà, verità e apparizione. Una conchiglia o una farfalla, per esempio, sovrapposte ad un campo colorato, contemporaneamente affermano e negano l’implicita associazione con la classificazione: rappresentano un’immagine, ma anche l’idea di essa. Dai memento mori alle composizioni di fiori e frutta, Shahbazi scompone simboli e allegorie per poi riassemblarli e rivelarne i meccanismi. Le sue opere indagano il rapporto tra icona e società attraverso un sottile gioco di sovrapposizioni semantiche: gli scatti in alcuni casi vengono trasformati in grandi dipinti, in altri trasposti in murales da pittori di strada iraniani, in altri ancora diventano arazzi annodati da artigiani. Ecco allora che un gruppo di oggetti sono il punto di partenza per una fotografia che viene trasformata in dipinto o, nel caso dei tappeti, torna ad essere oggetto.

Pittura, scultura, ma anche immagini in movimento, Shahbazi mescola riferimenti e contesti creando figure in condizione di statica transizione. I ritratti richiamano l’iconografia pittorica del passato ma, al tempo stesso, possono divenire frammenti di un’ipotetica scena filmica. Le nature morte, accuratamente composte per riecheggiare un classico tema barocco, riflettono il rapporto tra figura e spazio. Possono galleggiare su uno sfondo indefinito che lascia aperte infinite relazioni con l’ambiente circostante, ma anche confrontarsi con una cornice architettonica che ne influenza la gerarchia visiva. La tensione percepita tra oggetto plastico e trasposizione bidimensionale è ripresa anche nella scelta dell’allestimento che interseca rappresentazione, genere ed espressione, creando nuove connessioni tra le immagini e l’occhio complice dello spettatore.  

Il lavoro di Shirana Shahbazi non è politico. La sua provenienza diviene ingrediente di un modo analitico di confrontarsi con la realtà che prende in considerazione la storia dell’arte occidentale, la tradizione classica della fotografia, il dualismo tra mito e quotidianità e il complesso rapporto tra passato e presente. Nel suo lavoro il mezzo fotografico è uno strumento per indagare i paradossi del nostro universo visivo e, in particolare, per interrogarsi su come e perché guardiamo.

testo di Sarah Cosulich Canarutto
 
 
 
 
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