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Gabriella Ciancimino
Dalla Terronia col Furgone


Gabriella Ciancimino (Palermo 1978) opera nello spazio interdisciplinare tra arte, musica e performance. I suoi lavori hanno la capacità di espandere la nostra percezione del mondo attraverso eventi che mettono in discussione i nostri preconcetti. Il suo approccio personale e fortemente empatico si sviluppa spesso nella dimensione del viaggio e dello scambio. Alla galleria Cardi Black Box presenta Dalla Terronia col Furgone il risultato di una lunga indagine e di un breve viaggio condiviso con quattro giovani creativi.

Intervista a Gabriella Ciancimino di Ilaria Bonacossa

I.B. Il progetto dalla Terronia col Furgone, si struttura come una ricerca e si sviluppa attraverso un viaggio e la condivisione di esperienze oltre all'elaborazione di materiale video e sonoro. Da cosa nasce questa modalità di lavoro, è tipica del tuo processo creativo? Come hai scelto i tuoi compagni di viaggio, che sono poi in qualche modo co-autori dei tuoi lavori? La scelta di esplorare esperienze collettive e quindi di perdere in parte il controllo del lavoro è programmatica o nasce da esigenze pratiche di post-produzione? Come si è strutturato questo viaggio performativo? Operi come un regista o lasci che il processo si sviluppi liberamente portando il caso ad essere elemento costitutivo del lavoro?
G.C. Credo che "Dalla Terronia col Furgone" rappresenti per alcuni aspetti un nuovo punto di partenza per la mia ricerca. Questo lavoro si struttura attraverso diversi media che hanno sempre fatto parte del mio processo creativo, e si sviluppa attraverso quella condivisione di esperienze a cui accennavi: intrecciare e combinare linguaggi diversi penso sia il mio modo di affrontare il quotidiano, cercando connessioni tra micro e macro-cosmi. E' da questo che nasce il mio interesse per le dinamiche e le relazioni tra gli individui. Parlando proprio di individui, e di gruppi, in ogni progetto vi è un team di lavoro che varia sempre, e la cui scelta viene fatta in relazione alla natura di ciascun progetto. Tento di intuire chi, per carattere, per coincidenza di interessi e per modalità di lavoro, possa "funzionare" bene con gli altri. Coloro che fanno parte del team sono le stesse persone con cui condivido la vita di ogni giorno e di cui conosco le modalità ed i processi creativi. Ognuno di loro ha una specificità e ricopre un ruolo tecnico (ma non solo) nel momento dell'azione, quando cioè incontriamo l'Altro all'interno o all'esterno di uno contesto espositivo. L'Altro diventa così parte integrante del gruppo al momento dell'incontro. Sono queste relazioni a dar vita al lavoro che è frutto del contributo di ogni singolo individuo che vi partecipa. Non vi è mai una perdita di controllo del cosa ricercare, ma del "come" ricercare. La ricerca è la finalità di queste azioni che, proprio per questo motivo, presuppongono un sapersi mettere in discussione. La post-produzione è il risultato della presa di coscienza di questa perdita di controllo, mescolata agli elementi studiati in fase progettuale. Fin dall'inizio so quali saranno i campi d'azione, tutto quello che avviene al loro interno è arricchito dall'esperienza collettiva. Nel caso di "Dalla Terronia col Furgone", già in fase progettuale avevo pensato al coinvolgimento di produttori di musica elettronica per la realizzazione di un brano musicale che contenesse i suoni raccolti nella risaia e durante le interviste ai coltivatori, ma non avevo in mano nessuno di questi elementi che sono stati ricercati e trovati insieme ai "viaggiatori" e grazie a coloro che ci hanno accolto. La scientificità dello studio minuzioso di regia mescolato alla stravaganza del caso hanno reso possibile ciò che io chiamo "i piccoli miracoli quotidiani" della condivisione.

I.B. Vi sono in questo lavoro molti riferimenti di derivazione post-hippie, nella scelta del viaggio on the road, nell'utilizzo di poster di rave e feste anni '80 e '90 così come da un rapporto stretto tra musica e arte, mixati però in un atmosfera contemporanea che valorizza le tradizioni locali, il valore dell'esperienza del singolo. Emerge dal tuo lavoro un ottimismo insolito nel mondo dell'arte contemporanea in cui un'approfondita ricerca socioantropologica, si unisce ad una fiducia nella creatività giovanile. Come credi che nascano queste energie?
G.C. Considero il mio approccio RabbiaPunk-Free: è un gioco di parole che descrive quale sia l'ingrediente base della mia ricerca, l'ironia, utilizzata soprattutto per affrontare temi quali l'identità "culturale, sociale, politica, storica, religiosa ecc..", senza per questo appesantirne la complessità. Ho molta fiducia nell'incontro tra la creatività giovanile e quella matura arricchita dall'esperienza. Si, effettivamente sono ottimista, perché scopro sempre le potenzialità da cui scaturiscono in modo naturale quelle energie di cui parli. Penso che il filo conduttore che rende possibile tutto questo siano la curiosità e la voglia di fare, basta fidarsi dei propri istinti. Il viaggio performance si è svolto tra novembre, periodo di fioritura dello Zafferano, e febbraio, quando siamo partiti da Palermo per raggiungere prima Livorno Ferraris (VC) per visitare alcune risaie e riserie, passando poi da Ponte Nuovo dove abbiamo incontrato degli abitanti per la raccolta di alcune ricette a base di riso, spostandoci a Melegnano per incontrare il Coro delle Mondine, per giungere infine a Milano dove abbiamo partecipato ad un workshop tenuto da SlowFood sul Risotto alla Milanese preparato con gli ingredienti raccolti durante il viaggio. Tornati a Palermo, abbiamo incontrato gli altri musicisti a cui abbiamo consegnato le librerie di suoni registrati e tutto il materiale necessario per la realizzazione dei brani.

I.B. Da cosa nasce la tua scelta di usare la musica, così come la cucina come espedienti per indagare i rapporti umani e gli sviluppi della società contemporanea? Le scegli per la capacità di innescare situazioni entropiche?
G.C. Il comporre musica, il disegnare, il cucinare, sono processi creativi interessanti. Alcuni di essi divengono collettivi e offrono un'ottima modalità di indagine per la ricerca di armonia tra elementi in apparenza dissonanti, come ad esempio le sarde a beccafico, piatto tipico siciliano, e la musica techno. In questo caso è la ripetitività dei gesti che si compiono in cucina che può essere associata ai ritmi musicali indutrial o drum'n'bass.

I.B. Mi interessa capire come si sviluppa il tuo rapporto con i dj che creano i cd con te. Vi considerate co-autori o tu cedi la tua autorialità per dare vita a nuovi processi creativi?
G.C. Sono circondata da musicisti che creano ottima musica e dei generi più svariati. Il confronto sulle nostre ricerche è costante. Il mio ruolo nella produzione di brani musicali è proporre dei pezzi per la composizione di un puzzle che viene creato dai musicisti coinvolti. In fase progettuale ho pensato che per "Dalla Terronia col Furgone" sarebbero state ideali delle sperimentazioni hip hop ed electro realizzate con suoni registrati in riseria o in cucina, su cui intonare le voci delle mondine e le parole estrapolate dalle interviste realizzate durante il viaggio. Lo step successivo è stato coinvolgere quei musicisti che potessero aver voglia di giocare a "Dalla Terronia col Furgone": la scelta dei luoghi da visitare, le situazioni da creare, le persone da incontrare, ha la stessa valenza della ricerca dei musicisti coi quali interagire. Più che in precedenza, la musica è stata il punto di partenza attraverso cui creare le combinazioni più bizzarre per scoprire e raccontare. Penso che il brano che può essere considerato la "perdita di controllo" di cui parlavamo prima è Sound Rice, di cui Jamba e Lorrè hanno scritto le parole mentre Dj Dust componeva il beat, durante la nostra visita a Milano. Non ho avuto alcun ruolo nella creazione di questo testo che cattura perfettamente l'anima del viaggio a caccia di riso e zafferano. Penso quindi che siamo co-autori di alcuni processi che hanno portato alla realizzazione di un viaggio che fino a qualche mese fa era solo un'idea sviluppata attraverso qualche disegno.

I.B. I tuoi disegni, iconograficamente legati ad una storia di iconografia botanica così come alle copertine di vecchi LP diventano delle mappe visive in cui il pubblico può perdersi scoprendo ogni volta nuovi dettagli e visualizzando una fascinazione verso cose apparentemente insignificanti. Hai sempre lavorato con il disegno?
G.C. Sono io per prima a perdermi in queste mappe visive di cui parli, livello dopo livello e con altri sottolivelli, facendo connessioni e rimandi – in questo caso – tra tavole botaniche e flyer di freeparty in cui le mondine diventano ironicamente le ballerine della "Water Dance" estiva. Penso che il disegno fatto di sovrapposizioni, strappi e congiunzioni sia lo specchio perfetto della continua ricerca dei "pezzi" da incastrare che compongono il mio linguaggio: dai graffiti, al graphic design, alla scultura, al video, alla performance. Una delle cose con cui lavoro di più e che trovo più divertenti sono i giochi di parole, che a volte compongono una rima o danno il titolo all'opera come in "Poster per Free Party", in cui le parole sono dei chiari riferimenti culturali, ma nel contesto in cui sono inserite diventano slogan di protesta per chi, come le mondine, ha lottato per i propri diritti. Fino a qualche anno fa non realizzavo molte opere "fisiche", preferivo creare situazioni. Negli ultimi 2 anni ho sentito che mancava qualcosa che "incollasse" il tutto per completarlo. Adesso è il disegno/ collage, che, oltretutto, rappresenta la soluzione estetica ideale del concetto di stratificazione culturale a cui sono interessata.

I.B. La tua pratica artistica di derivazione processuale, si appropria e trasforma completamente le pratiche più note dei primi anni novanta, anche se sicuramente i lavori di Rirkrit Tiravanija possono essere citati in qualche modo come fonte di ispirazione. Quali sono i tuoi modelli artistici e che obbiettivi si prefiggono queste esperienze condivise?
G.C. L'obiettivo di queste esperienze è proprio la condivisione dell'esperienza. Non mi aspetto che arrivi la pace nel mondo, ma di riscoprire l'elementarità del sentire. Sento come un esigenza attuale quella relazione con l'Altro che ossessiona il mondo dell'arte dai primi anni novanta, non ancora conclusa né esaurita. Sicuramente un Hip Hip Hurra! per Rirkrit Tiravanija, uno per Alfredo Jaar, uno per Hans Haacke, uno per Living Theatre, uno per Cesare Pietroiusti, uno per Assume Vivid Astro Focus che ammiro per il lavoro e le dinamiche di gruppo.

Ilaria Bonacossa
 
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