Michal Helfman
La mostra di Michal Helfman è un invito a uno spettacolo atipico e disorientante, in cui il visitatore è come Gulliver o Alice in un paese dove la meraviglia sta nel capovolgimento letterale di situazioni reali. The Lesson è un’installazione costruita sul principio di inversione di una sala di danza classica. Quella che tipicamente è la sbarra alla quale la ballerina esegue i suoi armoniosi esercizi diviene elemento verticale, mutando in un palo da “pole dancing”. Lo specchio per controllare la grazia dei movimenti si trasforma in un soffitto sexy su cui le pose si riflettono con ben altre connotazioni. Tutto, dal pavimento in linoleum, alla porta, all’illuminazione è ribaltato, proiettando lo spettatore in un ambiente ambiguo e destabilizzante. All’interno della stanza, il video racconta la danza, capovolta di novanta gradi, di una ballerina: si tratta di un ballo grottesco e equivoco che contrappone la tradizione classica, simbolo di alti valori morali e di aspirazioni di bellezza e perfezione, al “pole dancing”, metafora di una visione della donna erotizzata e sottomessa all’occhio maschile. L’orizzontalità della classicità contro la verticalità fallica, l’eleganza contro l’aggressività sono giustapposizioni che, lontano dall’essere portavoce di un messaggio moralizzatore, compiono una riflessione sulle implicazioni etiche e sociali dello sguardo.
Il rovesciamento di un modello o di uno stereotipo è ripetuto in A Dancer, una scultura in bronzo in cui la famosa ballerina adolescente di Degas è trasformata in una provocante adulta vestita con tacchi e corsetto, o nel disegno Ruth, dove la donna diviene una figura grottesca e inquietante attraverso la semplice inversione di un’acconciatura paradossalmente classica e femminile. All’ingresso della mostra il visitatore è accolto da una grande montagna di specchi, un’opera che altera la luce contribuendo a creare un’atmosfera ambigua, a cavallo tra lo psichedelico e l’onirico. La montagna richiama il deserto, uno dei temi ricorrenti nel lavoro di Helfman e giustappone, come nell’incontro tra asse e ballerina, la figurazione a una lettura formale e astratta dello spazio.
Just Be Good To Me è il titolo e la litania di sottofondo (una versione senza accompagnamento musicale dell’omonima canzone cult degli anni 80) della seconda video installazione in mostra: costruito attraverso l’unione di tanti fotogrammi, il video ritrae l’artista vestita da ballerina mentre cambia il figlio piccolo. Le immagini si concentrano sul contrasto tra l’ambiente neutro e la decorazione kitsch di gingilli colorati, per poi aprirsi inaspettatamente sulla natura misteriosa e incontaminata del deserto circostante. L’iconografia della madre e bambino, con il sole che scende per spegnersi nell’intimità di una lampada fino a quel momento invisibile, richiama la pittura religiosa e le scene bibliche della storia dell’arte, negando però ogni interpretazione narrativa o lineare. Anche il tavolo con i cerchi mancanti, che completa l’installazione, appare come un feticcio modernista, un elemento che ha perso la sua funzione per fondersi nella scenografia del video.
Nelle opere di Michal Helfman l’immagine è possibilità, è una visione al tempo stesso contemporanea e primordiale di un mondo alterato, temporaneo e inafferrabile. L’artista costruisce palcoscenici per lo sguardo, spazi da riempire, luoghi in cui ogni visitatore è invitato a capovolgere per un attimo la propria realtà.
testo di Sarah Cosulich Canarutto