Scott Short

Scott Short fotocopia centinaia di volte in successione l'immagine generata da un foglio monocromo e vuoto; lo fa fino a quando le tracce accidentali d’inchiostro della macchina vi costruiscono sopra una forma, una trama. Poi sceglie il momento in cui l’immagine è pronta per diventare un quadro, ovvero decide quando suggellare l’azione congiunta della fotocopiatrice e del caso. Infine proietta quest’immagine sulla tela e la dipinge meticolosamente con un sottilissimo pennello. Si tratta di un processo lento e laborioso che s'interroga sul significato della pittura oggi e propone una possibile soluzione.

L’approccio di Short non può non far pensare a Walter Benjamin, filosofo la cui tesi è stata, ed è tuttora, costante oggetto di sfida per gli artisti. Nel 1935 Benjamin scriveva L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, un saggio che proclamava la fine dell’opera così come era stata intesa fino ad allora, dal momento che la possibilità di copiarla e rappresentarla un numero infinito di volte ne aveva minato per sempre l’aura. La pittura, in particolare, veniva privata ai suoi occhi della propria sacralità e distanza reverenziale, e la riproduzione diveniva rivoluzionaria perché improvvisamente accessibile a tutte le classi sociali. Se per Benjamin la copia toglie il potere all’originale, Short crea un originale dalla copia. La fotocopiatrice, con il suo processo automatizzato, acquisisce il ruolo di creare l’immagine, mentre al pittore rimane il compito, quasi meccanico, di riprodurla sulla tela. Mentre nella creazione la macchina si sostituisce all’artista, nell'esecuzione è l’artista ad aspirare alla padronanza e onestà della macchina.

A questa inversione di ruoli si aggiunge anche il rovesciamento del rapporto tra tecnologia e casualità: nel fotocopiare i segni lasciati sul foglio bianco dall’azione stessa della fotocopiatrice, Short revoca le intrinseche qualità di controllo e rigore del mezzo, trasformandolo in paradossale testimone del caso. A ogni passaggio del foglio corrisponde infatti un risultato inaspettato, perché a essere fotocopiata non è un’immagine vera e propria, ma ciò che è percepito come un errore della macchina. Al tempo stesso, decidendo quando l’immagine è divenuta tale ed è pronta a divenire il soggetto del quadro, Short annulla l’idea di opera come conseguenza della casualità e si rimpossessa del ruolo di consapevole creatore.

Il lavoro di Short è probabilmente più affine all’Arte Concettuale che all’Astrattismo, eppure i suoi quadri condividono quello che sembra essere il dilemma per eccellenza della pittura: quando è giusto per un artista fermarsi? Al contrario della maggior parte dei pittori, Short decide “quando fermarsi” prima di iniziare a dipingere. La sua scelta infatti non avviene sulla tela ma di fronte al campionario di forme auto-generate che la macchina fotocopiatrice gli propone. Nelle opere dell’artista emerge anche una complessa tensione tra astrazione e figurazione. Per quanto il processo alla base dei suoi dipinti cancelli ogni possibile riferimento a un soggetto reale, l’osservatore vi trova spesso richiami alla realtà. Le sue trame appaiono come enigmatici paesaggi immaginari, tracce di una memoria inconscia o personificazioni di tanti, incompiuti stati d’animo.

testo di Sarah Cosulich Canarutto
 
 
 
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