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MARIO YBARRA
"Wilmington good"

24.02.2011 – 26.03.2011

Mario Ybarra Jr. è un artista ecclettico: performer, disegnatore, scultore, pittore e attivista, capace di fondere la cultura di strada con la storia dell’arte per produrre “una forma di arte contemporanea filtrata dalla sua esperienza di Los Angeles come americano d’origine messicana.” Ybarra appartiene infatti, ad una generazione di artisti d’origine messicana, che giocano e scherzano con gli stereotipi e i pregiudizi legati alla loro identità.
Fonte d’ispirazione per le installazioni di Ybarra è la complessa e ricca cultura della California del Sud in cui, un eterogeneo mix di abitanti, etnie e una storia post-coloniale articolata, si fonde con una cultura rap e di strada unica al mondo. Attraverso i suoi interventi l’artista svela aspetti sconosciuti della storia culturale ‘latino’ (termine usato per etichettare le comunità d’origine Centro e Sud Americane), appropriandosi d’immagini pop e ‘multi-culti’. Esemplare l’installazione Sweeney Tate, presentata alla Tate Modern di Londra nel 2007, in cui Ybarra ricreò in scala 1:1 un barber-shop, un salone di bellezza per uomini, con tanto di specchi, pavimento a scacchi, poltroncine da barbiere anni ’40, suppellettili varie e decorazioni a strisce bianche, rosse e blu, animandolo con una fantomatica gara di haircutting tra barbieri di ogni nazionalità.
La mostra Wilmington Good si struttura come un ritratto scanzonato del suo quartiere Wilmington. Il titolo è tratto dal nome di un rivenditore di auto usate, chiuso per fallimento, vicino a casa dell’artista, e sembra ironizzare su come non ci sia poi molto di buono (good) in un luogo intossicato dalle raffinerie e invaso dai cantieri portuali.

Ybarra crea un paesaggio tridimensionale con dieci gru di diverse misure e colori disseminate per lo spazio espositivo; grandi giocattoli per bambini, le sculture, sembrano portare in vita lo skyline dei cantieri portuali della città. Create con materiale di scarto (pezzi di mobili economici importati dalla Cina via il porto di Los Angeles), queste gru diventano fragili impalcature, modellini capaci di capovolgere il rapporto tra l’uomo e la macchina.  Sullo sfondo, quasi come un orizzonte reale, si estende una veduta notturna di una raffineria mentre senza sosta sputa fuoco dalle sue ciminiere. Questa grande opera pittorica Smoky City, dallo stile grafico, rappresenta una mostruosa città futuribile, alla Blade Runner, in cui non c’è traccia d’essere umano.

Gli abitanti di Wilmington compaiono in sei monumentali fotografie su sfondo nero; tableaux vivants che rappresentano con ironia la storia del conflitto e dell’emancipazione dei lavoratori portuali. Tratto liberamente da uno storico murales dipinto nei primi anni ’70 a Wilmington, queste foto traspongono ai giorni d’oggi i conflitti della comunità latina. Ybarra trasforma la lotta di classe in quella tra gang, mostrando due giovani bendati che lottano con un coltello a serramanico e che poi si stringono la mano in segno di pace. L’aquila simbolo della libertà americana, che nel murales rompeva le catene liberando i braccianti, resta in queste foto intrappolata nelle catene; similmente la madre dell’artista, impiegata al porto di Los Angeles, il più grande porto cargo degli Stati Uniti, viene ritratta da Ybarra incatenata in un’inesorabile schiavitù lavorativa. Questa mostra non può non può essere letta solo in chiave biografica in quanto supera specificità nazionali ed etniche, parlando con fresca ironia di problematiche globali.

 
installazione
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opere
works